Si chiamano Pappazzum un nome onomatopeico che evoca atmosfere circensi
e festose.
La banda del paese? Per certi aspetti si. Una sgangherata fanfara balcanica?
Anche.
Ma forse i Pappazzum, sono semplicemente i Pappazzum.
Per scoprirli ecco il loro spettacolo, evoluzione di un progetto nato
in strada a contatto con il pubblico di mezza Italia.
Grazie alla sapiente guida di Eugenio Allegri la carovana dei Pappazzum
raggiunge ora con una virata decisa limmaginario degli anni 70,
dal look demodé (pantaloni a zampa, stivaletto dordinanza,
camicia colorata con colletto a punta) alle evocazioni beat, dagli echi
della dance music allinvasione degli elettrodomestici.
Fanno sorridere, e in qualche caso si ride anche di gusto, certo, ma
la scrittura di Allegri muove sottilmente anche altre corde,
entrando quasi proustianamente nella memoria di quegli anni
irripetibili tra ironia, inquietudini, fermenti sociali e politici:
si permette qui e là tributi cinematografici (Arancia Meccanica,
Easy Rider, Brazil), accende veri e propri flash fotografici sulla guerra
in Vietnam, gli anni di piombo, i Mondiali in Messico, evoca lo sparo
assassino a John Lennon, regala immagini cult (dal Carosello
allo strip della Fenech), infine ci unisce in un comune sentimento,
quasi di malinconica resa. Una salto, anzi una capriola a ritroso, nella
quale i Pappa si cimentano alla loro maniera: surreali e
imprevedibili, anti-convenzionali e irridenti, stralunati e giocosi
La musica è collante fondamentale di questo percorso: i Pappazzum
in verità gli strumenti li suonano ovviamente, ma si divertono
anche a cambiarne completamente la funzione ( il paragone dobbligo
è con la Banda Osiris): danno vita ad improbabili balletti, improvvisano
una inguardabile break-dance, diventano un corpo unico e
poi si frangono in svariati sketch per poi nuovamente riunirsi
in performance musicali di impatto.
I Pappazzum sono questo: follia e genialità, virtuosismo musicale
e improvvisazione
Nello spettacolo 70 mi dà
tanto è coinvolto anche Federico Salemi.